Nel nome della madre

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Volevamo ripensare la figura della madre evitando di trattarla soltanto come portatrice di un destino biologico e di una funzione extrasoggettiva; ci interessava discutere di narrazioni che non archiviassero la maternità dentro il perimetro
simbolico di un’origine lontana, di un ricordo, o di un feticcio ideologico; volevamo sperimentare uno sguardo che trasformasse il mondo della madre in un’avventura, in qualcosa che non “è” soltanto, ma che “esiste” nel tempo. Insomma: volevamo trattare la madre come un’identità culturale e relazionale, non solo emotiva, invece che come un monumento muto, pauroso e ingombrante. La risposta a questo progetto ha superato, avventurosamente per l’appunto, tutte le migliori previsioni, perché quando, nella primavera del 2015, abbiamo cominciato (Tiziana de Rogatis, Cristiana Franco, Lucinda Spera, e Daniela Brogi) a lavorare su un incontro che facesse rete, tra culture, discipline, esperienze diverse; che creasse circolazione di discorsi e di idee, e che sperimentasse una specie di laboratorio permanente attorno all’immagine della madre, ebbene in quel momento ancora ignoravamo che il convegno Nel nome della madre, svoltosi all’Università per Stranieri di Siena (novembre 2015), sarebbe stato così vitale e partecipato, fino al punto di far proseguire l’avventura verso questo libro. Che non è, vale la pena di dirlo subito, una pubblicazione circoscritta al genere di discorso tradizionale degli Atti di un Convegno, perché il criterio della trasversalità, che ha funzionato così bene già all’epoca del primo seminario, vale, anche di più, per questo volume, che spera di dialogare con un pubblico più ampio possibile. Leggetelo mentre studiate, recuperatelo per scrivere un vostro testo, o mentre ne leggete altri; portatelo in una classe, o mentre aspettate qualcuno, oppure in treno: fatelo stare dentro le vostre abitudini più diverse e più vitali, come del resto succede con il pensiero della madre, che così tanto accompagna, sotto le più varie forme, l’esistenza di ognuno. Il titolo scelto, Nel nome della madre, svolge, al tempo stesso, una funzione reattiva e creativa. Reattiva, nel senso che rimette al centro la madre, in un momento di produzione talora perfino straripante di discorsi, di pubblicazioni e di pensiero dedicati al padre – dove, per lo più, si riproduce il dualismo “storia versus natura”, tanto falso quanto pericoloso, per cui la figura del padre corrisponderebbe a una situazione culturale, e funziona come fondamento di civiltà, mentre, sulla sponda opposta, la madre incarnerebbe soltanto una condizione biologica, “animale”. Ci è sembrato che, anche da questa prospettiva, la madre risultasse una figura abbassata, rimossa, svalutata; e che altrettanto discreditate, o lasciate in una posizione di minorità, fossero le situazioni culturali e le problematiche materiali e sociali legate appunto al mondo della madre. In questo senso, il “prestigio della maternità” – per riprende re un’espressione usata di recente in contesti che fanno regredire il concetto di maternità a quello di fertilità – può agire, piuttosto, come storia dinamica. Una storia, vale a dire, che forma, che cura, che vive. Ricominciamo a pensare (anche) in nome della madre, abbiamo detto, coinvolgendo le autrici dei testi raccolti in questo volume; scegliendo di ricalcare l’espressione canonica e rituale (in nome del padre, che, tra l’altro, è anche il sigillo di un’esclusione del materno), per creare, generare riflessioni, produrre immaginario con l’autorità – e con l’autorevolezza – della madre, in armonia con la volontà della madre (questi sono i significati implicati dalla formula “in nome di”). Facciamo comunità mettendo in dialogo persone diverse; generazioni diverse; discipline e saperi diversi.

Daniela Brogi

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17
dicembre -
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