Aldo Capitini

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A gennaio 2017 Del Vecchio Editore pubblicherà la prima riedizione organica della produzione poetica di Aldo Capitini, curata da Daniele Piccini, che ci regala in questo Speciale il commento a Episodio, 1 contenuta nella raccolta Colloquio corale del 1956.

La poesia che intendo commentare (Episodio, 1) fa parte della raccolta Colloquio corale del 1956. Si tratta del libro poetico più maturo di Capitini, dopo gli Atti della presenza aperta del 1943. Se tutta l’opera di pensiero di Capitini è strettamente interconnessa, così anche le due raccolte poetiche si intrecciano e corrispondono, completandosi. In particolare il Colloquio corale (opera che piacque tra gli altri a Goffredo Fofi, che ne propose una ristampa nel 2005) riprende e porta a compimento alcuni temi e fili del libro antecedente. È il caso di questo testo. Il suo attacco definisce con densità e sintesi uno dei nodi fondamentali della riflessione etica, religiosa, spirituale dell’autore. Egli afferma: «La mia nascita è quando dico un tu». Questa affermazione, racchiusa in un verso serrato ed esatto, sembra l’atto iniziale, la parola sorgiva di un’intera esperienza. Si immagina che l’autore cominci ora, qui, a parlare, e che questa sia la prima pietra del discorso o, meglio, il primo zampillo di una polla d’acqua purissima. Ma, contemporaneamente, l’affermazione è anche il punto avanzato di un’attenzione e dedizione, di un lungo lavorio intorno all’attitudine a coltivare l’altro in sé, nell’intimo, chiamando a cooperare nel luogo igneo dell’interiorità tutte le anime, i morti e i viventi, sottratti al puro slancio biologico, al numero, al tempo. Dire ‘tu’ significa per Capitini sollevare da una zona di estraneità e ignoranza qualunque essere, costituire con esso una corrispondenza che ha fondamento nella creaturalità protesa a una realtà pienamente liberata dalle limitazioni. Nel limite l’‘io’ del poeta si protende a sollevare dai limiti gli altri, chiamandoli religiosamente e fraternamente a condividere una tensione comune, che superi l’esistente e le sue leggi cieche.

«La mia nascita è quando dico un tu» è un endecasillabo, eppure esso non suona risaputo, non ha una cadenza che si possa dire tradizionale. È un atto di fuoriuscita dal chiuso ed è un atto di apertura che brucia nel contempo i residui formali e metrici da cui Capitini era partito nelle sue poesie giovanili (da lì si giunge ai versetti anche molto lunghi e talvolta sordi delle sue raccolte mature). Alle parole scelte, ai sintagmi desueti, il poeta preferisce negli Atti e poi nel Colloquio una lingua spoglia e una sequenza di versetti scanditi e risolti nel proprio spazio, cellule che, ognuna in sé vivente, si coordinano in un organismo. La semplicità e naturalezza insieme alla densità di pensiero sono forse leopardiane, la povertà e umiltà dei materiali sono forse francescane. Il ‘tu’ qui pronunciato, d’altronde, significa una sorta di apertura del ‘tu’ leopardiano e del ‘tu’ lirico novecentesco. Si tratta di un ‘tu’ insieme intimo e corale, un atto di dialogo che non ha confini nel desiderio o nella proiezione dell’‘io’, ma che corrisponde all’essere dell’altro, di ogni altro, nella sua individualità precisa e irriducibile. «Non posso essere che con un infinito compenso a tutti» è il verso di chiusa, circolarmente. Dall’intimo tutto può essere nominato e riconosciuto come vivente e compresente; l’assenza, la sconfitta, l’errore sono superabili nell’atto di amare a partire dall’umiltà e dalla rinuncia. L’atto è di avvicinarsi infinitamente, di dare familiarità, che significa nel contempo tendere insieme a una attesa di liberazione, a una escatologia già presente nell’atto di pensiero e di parola.

Questa lingua sobria, questo verseggiare salmodiante si erano espressi in precedenza negli Atti, dicevo, e la tensione unita alla familiarità, nel segno del ‘tu’, avevano indirizzato già la scrittura in quel libro. Leggo dalla Parte Terza degli Atti della presenza aperta: «Non sai quanto mi ha atterrito la vista dei morti; mi sono schiarito pensando che potevo dire tu. / Se dico tu anche da lontano, mi arresto sul gorgo interno; non sono una bestia cupa, che non guarda il cielo». E più avanti, giungendo alla chiusa del testo: «Senza che tu lo sappia, al mio tu dall’intimo, lentamente ti apri. / Tra me sorrido per ogni atto tuo, ti scorgo ingenuamente vitale e immediato. / E vedo te in altri ed altri in te, in somiglianza continua». Nel Commento agli Atti della presenza aperta, testo ancora in gran parte inedito, Capitini osservava (e siamo già agli anticipi dei grandi temi poi sviluppati in forma filosofica nella Compresenza dei morti e dei viventi, 1966): «Volgersi ad una persona in quanto persona, dire tu profondamente, ecco la salvezza dalla tentazione di non essere spirito. Dicendo il tu si vedono poi apparire anche altre persone; non è un tu esclusivo. Qualche cosa di simile c’è fra coloro a cui si volge il tu». La poesia è la lingua che pensa e progetta (prima di ogni altra sistemazione più complessa) il sentimento della compresenza ai morti, ai vivi, a tutte le creature, ai deboli e agli assenti, in una riedificazione, almeno nell’intimo, della realtà: come se essa fosse già liberata dai vincoli del male e della morte.
Daniele Piccini

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