Non solo Pamuk

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Circa 10 anni fa, dopo il crollo delle persecuzioni finanziate privatamente ma incoraggiate dallo stato circa delle osservazioni fatte sul genocidio degli armeni e il successivo conferimento del premio Nobel per la Letteratura, lo scrittore turco Orhan Pamuk (1952) ha guadagnato fama internazionale come principale interprete della turbata società turca contemporanea e dei magnifici, anche se spesso crudeli, successi ottenuti dall’impero ottomano nel sedicesimo secolo. I Romanzi storici (Il mio nome è Rosso, per esempio); i racconti kafkiani di orrori e paradossi della moderna Turchia (Neve); un memoir di un’infanzia a Istanbul e un romanzo pungente sulla vita cittadina dell’alta borghesia, Il museo dell’innocenza, hanno descritto ai lettori di molte parti del mondo quello che è il cuore dell’esperienza turca: un mix sbilanciato di tendenze sociali moderne e tradizionali, una civiltà secolare e religiosamente gretta, in un certo senso “europea” e “asiatica”. Pamuk sembra essere l’unica guida letteraria ai conflitti e ai dilemmi riguardanti la vita politica, sociale e religiosa della Turchia che di tanto in tanto appaiono sugli schermi.
Eppure, com’è ovvio, devono esserci altri scrittori nella Turchia dei nostri giorni con obiettivi simili che – come avviene spesso nelle realtà di lingua inglese – raramente riescono a sfondare il muro della traduzione. Una eccezione è Hasan Ali Toptas (1958), scrittore di una considerevole quantità di opere, che è finalmente riuscito a penetrare la barriera della lingua con uno splendido romanzo, Impronte.
Trovo difficile capire come abbiamo fatto a non aver mai sentito parlare di questo eccellente scrittore prima d’ora. In effetti, sulla base di questo romanzo, Topta? mi sembra al livello di Pamuk. Impronte racconta di un uomo di nome Ziya, la moglie del quale è stata uccisa durante un attacco terroristico in un’anonima città turca. La struttura del romanzo scorre avanti e indietro nel tempo per permetterci di dare un’occhiata alla sorte di Ziya nella città in rovina, durante i brutali anni del servizio militare, nella pace e nella tranquillità di un villaggio dell’Anatolia, che si dimostra ben meno pacifico o confortante di quello che Ziya sperava.
Lo stile di Toptas è complesso, allusivo e simbolico, ma tutto ciò non fa che accrescere la trama incredibilmente ricca e toccante del romanzo. Ci sono diverse scene spettacolari, in particolare un assurdo matrimonio nel villaggio e un episodio ambientato nel remoto confine siriano dove reclute sfortunate come Ziya sono tormentate da comandanti sadici e devono vivere con la paura di incursioni provenienti dall’altra parte del confine – non dell’ISIS (che ancora non esisteva) ma di contrabbandieri assolutamente senza scrupoli e dei loro Kalashnikov.
In diversi punti questo romanzo tocca alcune delle preoccupazioni del testo di Pamuk, in modo particolare ritengo il romanzo conosciuto in inglese come Neve, con lo scopo di mettere a nudo le crepe della società turca: il suo estremo conservatorismo e la costante minaccia del regime totalitario, l’idealismo d’ispirazione europea della sfortunata intelligentia cittadina e il miscuglio della genuina spiritualità islamica con il bigottismo e la pesantezza dei comportamenti tradizionali, soprattutto riguardanti le donne.
Queste preoccupazioni ritornano – in una forma notevolmente pacata e smorzata – nell’ultimo lavoro di Pamuk, La stranezza che ho nella testa. Racconta, in una lunghezza considerevole, delle avventure di Melvut, un ragazzo di un villaggio dell’Anatolia che si è trasferito a Istanbul quando era adolescente per lavorare con il padre, un venditore di strada di yoghurt e boza, una bevanda leggermente alcolica ottenuta dal grano fermentato. Nell’arco di tutta la sua vita, Melvut osserva come Istanbul si sia trasformata da tradizionale città ottomana in decadenza ad aspirante metropoli moderna. Vede come le attitudini sociali, le pratiche religiose, il rapporto tra i sessi siano tutti cambiati. Vede la rinascita del fondamentalismo islamico e il crescente potere delle milizie curde. E prova le gioie e i dolori della vita di tutti i giorni: la morte della moglie, le scelte che fanno le sue figlie su come vivere le loro vite, la slealtà di alcuni familiari e la gentilezza di altri. In un certo senso questo è un romanzo estremamente privato, una storia di famiglia dove la maggior parte dei membri spreca tempo e cerca ingenuamente mogli per gli uomini – si sarebbe potuto benissimo intitolare A Suitable Girl. Tuttavia, dietro al lento racconto dei fatti di tutti i giorni, Pamuk rivela quella che mi pare essere la tragedia della Turchia contemporanea, una nazione che scivola sempre più verso la rigidità autoritaria, nonostante la sua facciata di democrazia. Toptas, che mi ha colpito per essere uno scrittore tanto attento quanto dotato, affronta le stesse tematiche in una maniera più intricata, a volte forse innaturale.
Tuttavia, mentre l’ultimo romanzo di Pamuk mi ha riempito di ammirazione e rispetto, Impronte mi ha sbalordito.

Sidney Morning Herald
di Andrew Riemer

traduzione di Costanza Fusini

 

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